CARIATI – “LA MAFIA SI SCONFIGGE INSIEME”

Incontro di don Giacomo Panizza con gli studenti dell’Ipsia-Iti

(“Il Quotidiano del Sud” – 2 dicembre 2018) di Maria Scorpiniti

CARIATI – “Nessuno da solo riesce ad andare contro la mafia, insieme sì. Ecco perché dovete conoscere, studiare e guardare al futuro insieme, rompendo, quando è necessario, gli schemi precostituiti”. 

A sostenerlo è don Giacomo Panizza, prete antimafia, nei giorni scorsi a Cariati dove ha incontrato gli studenti dell’Ipsia-Iti “Mazzone” e dell’Istituto Comprensivo sul tema della legalità e ha presentato il saggio “Cattivi maestri – La sfida educativa alla pedagogia mafiosa” (edizioni Dehoniane Bologna). 

Un vero e proprio salotto didattico – letterario, organizzato dal “Mazzone” nel teatro comunale su iniziativa dei docenti Rocco Taliano Grasso, Isabella Cosentino e Lugi Fazio. “Cattivi maestri” – ha spiegato il sacerdote – sta per maestri e maestre di vita e di pensiero alto, ancorati alla terra e allo spirito. Cattivi maestri sta per insegnanti che portano a interrogarsi, a prendersi responsabilmente in mano i diritti e i doveri della propria vita e di quella collettiva”. La mafia, ha detto ancora, arruola “solo per scopi criminali”, bisogna unirsi per vincere la paura e abbattere il muro dell’omertà (“è mafioso anche chi sta zitto”); tuttavia, ha aggiunto, rispetto al passato nei giovani è cresciuta la sensibilità verso questi temi.

 Nel corso dell’interessante dibattito, coordinato dal professore Taliano Grasso e intervallato dal reading letterario dei docenti Cosentino, Fazio e di alcuni studenti dell’Ipsia, oltre che dalla musica di Federico Lobello, sono intervenuti il sindaco di Cariati Filomena Greco e il dirigente scolasticoFranco Murano.

Don Giacomo, originario di Brescia, nel ripercorrere i suoi quarant’anni in Calabria, ha spiegato i motivi che lo hanno spinto nel 1976 a scegliere questa regione e a mettersi al servizio delle persone più svantaggiate, sostenendone i diritti. Una scelta di giustizia e di legalità, ha detto, in una terra difficile, in cui i servizi sociali erano quasi inesistenti; poi il suo no alla ‘ndrangheta che pretendeva il “pizzo” e la sua opera sociale negli immobili confiscati ad un clan di Lamezia Terme, la città dove vive e dove ha fondato la comunità di accoglienza “Progetto Sud”.

A causa delle minacce di morte subite per essere stato testimone di giustizia e per diversi attentati alle sue strutture, dal 2002 vivesotto tutela dello Stato. In proposito, infatti, quando gli è stato chiesto: “Non ha paura per le minacce di morte?”, il sacerdote, con semplicità disarmante, ha risposto: “Vivo costantemente con la paura di morire, ma ne avrei ancora di più a sottomettermi a loro”.