IL FIGLIO DEL MARE – Storia di Linarduzzo, alla prima battuta di pesca. Racconto di Assunta Scorpiniti

 

A gentile richiesta di diversi lettori, pubblico questo mio racconto. Grazie! A.S.

(In Il Quotidiano della Calabria, 2009 e in Sulle onde della luna. Donne di mare, storie di pesca, Ferrari, 2012)

 

“Giochiamo ara muccicatédda?”, chiese, con la freschezza dei suoi otto anni, Leonardo, ai cugini Tonino e Vincenzo, nel trovarli aru scàru dei Cutrì, il tratto di spiaggia spianata per il ricovero della barca che, secondo la consuetudine stimata come atto di proprietà, le famiglia marinare del borgo avevano sotto casa.

“Dopo, dopo… guarda qui che belle pruppare ci ha fatto fare papà i mastru Cenzinu, u varcaiòlu quando cala il sole porta la tua, che prenderemo seppie e pruppi a dire basta!” – rispose Tonino, mostrando la tavoletta con ami e lenza, da lanciare in mare dalla riva, nell’unico esercizio di pesca consentito a quei figli del mare, troppo giovani per andare al largo sulla barca dei padri. Condividerne il lavoro e “sentire” il mare con il suo respiro, il suo profumo e l’immensità che fa sentire liberi, era invece il loro sogno; e c’era anche il desiderio di spaziare, uscire dal litorale compreso tra i torrenti Pannizzara e Molinello che delimitavano il borgo dei pescatori di Cariati e che costituiva il loro mondo; oltre, avrebbero visto solo bosco e gente che coltivava la terra.

“Li vedi, li vedi i mangiaprùppi!”- presero a canzonarli le figlie dei Midij, che, con le compagne, giocavano ari capannèddi, andando e venendo dalla riva, per scrutare l’orizzonte. Nel loro compito di sentinelle, annunciavano alle madri il momento dell’avvistamento delle imbarcazioni; prima che guadagnassero la riva, sarebbero trascorsi tre quarti d’ora esatti. Gli uomini, dopo la notte trascorsa a calare e tirare a braccia le reti, dovevano trovare il pasto pronto, per poter recuperare le forze con qualche ora di riposo, prima di riprendere il duro lavoro del mare.

Quella mattina di maggio la pesca era stata buona. I tre ragazzi, con altri coetanei con i quali trascorrevano le giornate sull’arenile a giocare a tana, ara staccia, a mazza e trìsculi e ad assistere al lavoro a terra dei marinari, aiutarono lo sbarco del pesce e a scaricare reti e attrezzi dalle barche che, trasportati a spalla, venivano riposti nelle casedde. Assistettero, con la consueta curiosità, alle fasi concitate della suddivisione del prodotto, in ragione di un terzo alla barca, e due terzi ripartiti in porzioni più o meno uguali tra i pescatori, padrone compreso. C’erano, come sempre, mogli che prendevano il pesce per il pranzo,  i ricattèri che ne contrattavano il prezzo e Crezzìna, Maria i Ndrìa e altre vinnilòre che lo compravano per rivenderlo alle donne del paese, delle campagne o dei centri in collina, dove si recavano a piedi, trasportando sulla testa i tineddi pieni.

Leonardo si sentiva fiero di  partecipare al lavoro del mare. Il massimo della sua gioia, era al termine delle operazioni, quando, con i compagni, poteva salire sulla barca mentre veniva spinta a secco, per provare la sensazione di essere trasportato. Non amava, invece, sbrigare quei lavori minuti, poco piacevoli, in verità, che la marineria assegnava ai ragazzi. Intanto che gli uomini riposavano, dovevano preparare u cinciòlu, ovvero una barca attrezzata con reti d’aggiramento per la cattura notturna del pesce azzurro; una consuetudine di pesca molto praticata, in quei primi anni Sessanta del Novecento in cui erano guai, per loro, se gli uomini non avessero trovato tutto pronto al loro risveglio…

Insieme ai cugini, il piccolo cariatese riempiva di cassette i due gozzi che, diventando lampare, accompagnavano la “San Giuseppe”, una barca a motore di 11 metri di cui erano comproprietari il padre Luigi, emigrato in Germania per togliere i debiti contratti proprio al suo acquisto, e suo fratello Leonardo. Passava, con ripugnanza, u sivu sulla chiglia e sui falànghi di legno per far meglio scivolare il natante fino al mare; quindi andava ara casedda, che fungeva da deposito per il carburante, oltre che da ricovero per i mistèri, a prelevare il petrolio per le lampare e la nafta per riempire i serbatoi,  aspirandoli a bocca dai fusti con un tubo di gomma.

La fatica e lo zelo, necessari ad evitare sgridate e scapaccioni, si stemperavano, ogni volta, nella vivacità di quei piccoli uomini del mare, inclini, per natura, a farsi degli scherzi, giocare e, soprattutto, immaginare il giorno in cui, proprio su quel battello, sarebbero partiti. Era un pensiero che li faceva ammutolire, quando guardavano lo spettacolo delle barche allontanarsi fra  un cielo e mare dipinti con i colori del tramonto, diventando sempre più piccole; la magia era nel vederle quasi sparire e poi brillare, alle luci delle lampare, nel punto prescelto dai capi barca per la battuta di pesca; si accendevano tutte insieme, illuminando la sera e un orizzonte che, ne erano certi, li stava aspettando.

Leonardo, per questo, era impaziente: “Vicè, voglio venire a mmare… mi ci porti?”, chiedeva a uno dei sette fratelli, maggiore di lui di cinque anni e imbarcato nella chiurma di zu Linàrdu al posto del padre, facendone le veci nel lavoro e nella responsabilità familiare. Dopo tante insistenze, Vincenzo promise: “Andremo quando scavedda la luna, adesso il pesce unn’ assùma”; con la fine del plenilunio, sarebbe ripreso il lavoro aru cinciòlu, favorito dalla luce artificiale delle lampare che attirava tanto pesce in superficie. Il ragazzo non stava più nella pelle, immaginando chissà quali avventure.

Dopo qualche giorno, si ritrovò al tramonto in spiaggia, con i pescatori che, nel pomeriggio, avevano già preso le attrezzature dai magazzini; ora, recando l’inseparabile cappotta per ripararsi dal freddo e la tuvagghièdda annodata con dentro un pezzo di pane e del pesce fritto, si apprestavano a fare la nottata. Leonardo salì sulla “San Giuseppe”, rassicurato dal calore della mano del fratello che teneva stretta la sua. “Linardù, mettiti qui e non muoverti” – gli disse, facendolo accovacciare nell’incavo di una grossa corda arrotolata, per evitare che le oscillazioni provocate dal moto ondoso, gli facessero perdere l’equilibrio.

Aveva gli occhi sbarrati e la gola secca, Leonardo, mentre la barca si allontanava… sempre di più dalla riva. “Sto entrando nel mare della notte…” si disse preoccupato all’imbrunire, ma poi una luce tenue, che divenne sempre più decisa, gli fece fare dei respiri profondi; erano le loro lampare, che rischiaravano tutto il mare intorno e soprattutto il suo piccolo cuore che pareva impazzito.

Se ne accorsero i marinai della chiurma, che provarono gusto a giocare con le sue paure: “Speriamo di non andare a fondo… a farci a pezzi ci pensano gli squali…”; si scambiavano intanto sguardi d’intesa, ma Leonardo, in preda a mille sensazioni, non se ne avvide; capì, però, che era uno scherzo quando, si accorse colse sui loro volti u pizz’a risu; le parole si fecero affettuose e lui si sentì più tranquillo. A bordo, in un movimento frenetico in cui nessuno più gli dava retta, sembrava essersi scatenata l’ira di Dio. Vide i pescatori concentrati nei loro compiti, per preparare l’operazione di pesca, e il suo sguardo s’incupì; già c’era il freddo a provocargli dei brividi, ora anche una specie di malessere, per la nuova sensazione di allontanamento che avvertì, quando, calato il ferro a qualche miglio dalla costa, i due gozzi con le lampare, legati da una grossa fune, iniziarono a distanziarsi dal motore.

Poi tutto si fermò, in un silenzio angoscioso e assoluto. Bisognava evitare che il minimo rumore sulla barca si propagasse nel mare, facendo disperdere il pesce che si ammassava sotto le luci. Protetto da quel ventre di corda, Leonardo guardò un marinaio accendere una sigaretta, un altro scendere in coperta, un altro ancora prepararsi al riposo avvolgendosi nella cappotta. Venne Vincenzo, a tirarlo fuori dal suo rifugio, dopo aver steso una coperta di lana a prua.

Seduto accanto al fratello che già sonnecchiava, il ragazzo guardava quel mare che gli appariva totalmente liscio, regalandogli scintille, forse stelline, o, ancora meglio, piccole lucciole amiche. Vincenzo gli disse “Lo vedi, Linardù, come stizzìa…  ara mbrocata i pùnente, quando il sole non c’è più, il mare si prende gli ultimi raggi e non diventa subito nero per il buio. Solo un poco e viene notte”.

Leonardo, incantato di fronte a quella distesa luccicante, non seppe cosa dire, né lo colse il sonno; volse lo sguardo verso le poche luci del paese, che gli sembrò lontanissimo. Il silenzio durò circa un’ora; poi la chiurma si mise in movimento e toccò al capo barca, cioè lo zio, chiamare la lampara: “Cumpàri Ndo’, la vedi qualche cosa?”. Rispose una voce lontana che al piccolo marinaio sembrò provenire dall’oltretomba: “Due o tre rotuli di sarde…”. Leonardo guardò il fratello che, sorridendo, lo aiutò a capire: “Ndoni sa vedere i branchi di sarde, sauri, vope e sgombri, conosce i segnali e sa dire quanti pesci ci sono sotto le luci”. L’indicazione, infatti, proveniva dai movimenti della schiena dei pesci e dalle pompicedde, le bollicine prodotte dal boccheggiare delle alici.

La seconda chiamata la fece Vincenzo, e dal gozzo, fra l’entusiasmo della ciurma, si udì: “Venti o trenta pompicedde…”; voleva dire: c’è un passaggio del pesce più costoso e richiesto; le alici dovevano essere parecchie in base alla stima di colui che, nella ciurma, era l’esperto.

Quel dialogo a distanza, con voci ovattate, come in un tunnel, aveva il suono di una nenia, ripetuta all’infinito; al ragazzo procurò un torpore che attenuò la paura del buio, rendendo sopportabile  la calma inquietante dell’acqua e lo spostamento di luci intorno a sé, che percepiva come un ronzìo… La veglia era stata lunga, e il sonno, alla fine, lo vinse. I figli del mare vanno a dormire col calare del buio, e quando albeggia, sono già in attesa delle barche sull’arenile. A Leonardo invece, come del resto ai più piccoli, capitava, prima che il padre emigrasse, di svegliarsi quando questi, già a casa, consumando la colazione di pesce fritto preparato dalla moglie, descriveva la nottata con la parlata piatta e vigorosa dei marinari locali; ai figli raccontava gli episodi più divertenti per trarne, ogni volta, l’avvertenza di portarsi bene a scuola perché quella era una vita dura.

Leonardo ne ebbe coscienza, soprattutto del sacrificio più grande che per lui era di non poter dormire, quando lo svegliò il forte rumore del verricello. Aprì gli occhi con grande sforzo e li strofinò, sorpreso di trovarsi in un posto diverso da dove ricordava di essersi assopito; il fratello, per ripararlo dal freddo, lo aveva portato, addormentato, sotto coperta. Nel tentativo di uscire, batté la testa al boccaporto; era frastornato, ma capì che avevano già calato e ora i pescatori, scalzi e indaffarati, dovevano velocemente recuperare la rete a forma di grande lenzuolo, per evitare di perdere il pescato. “State attenti aru guagnùnu!”, gridò il cugino Giuseppe vedendolo sul ponte; e a lui: “Vai, Linardù, vai vicino alla cabina, che stai al sicuro!”.

Dalla sua postazione, vedendo l’acqua che ribolliva, ricordò il padre e le sue storie di mare: “Quando la rete è piena i pesci, chiusi nel sacco, si ammazzano l’uno con l’altro…”, ma fu subito distolto dallo spruzzo nero di un grosso totano, che lo colpì sulla fronte nel momento in cui la svuotarono, tra il pullulare di mille specie  marine. Che pescata! Vide Rocco, della ciurma, che raccoglieva il pesce con una cesta e lo buttava a bordo di una delle due lampare, ora vicinissima allo scafo della “San Giuseppe”, perché le cassette non sarebbero bastate; anche l’altra fu riempita fino all’orlo. Alcuni pescatori, compreso Vincenzo, vi saltarono sopra, per scartare il pesce, suddividendo alici, sauri, vope… Come usciva un totano, si tuffavano per afferrarlo: “Lo vedi questo, Linardù?” disse il fratello, mostrandogliene uno. “A mezzogiorno ce lo mangiamo ripieno!”. A lui sembrò che avesse una bella faccia tosta, ma poi vide che ognuno metteva da parte per sé i pesci migliori.

Il freddo, gli fece battere i denti a quell’ora in cui era ancora notte: “Mettiti all’imboccatura della cabina, che ti viene il caldo del motore!”- gli disse, premuroso, Giuseppe. Così, Leonardo, saldamente attaccato ad una maniglia, navigò per altri tre quarti d’ora.

Allo sbarco, a bordo delle lampare ancora accese, dopo l’ancoraggio del motore, contemplò il mare cristallino dell’alba, accarezzato da un soffio lieve che produceva onde piccolissime; si girò, per l’animazione che c’era in spiaggia, con donne, uomini, i furgoni dei ricattéri in sosta. In un vociare assordante e confuso si consumò, come un rito, l’asta del pesce: “Se me li dai te li pago a tanto…”, “Meglio che li butto a mare!”, sentiva gridare Leonardo, che, con curiosità, osservava come crescevano le pile di cassette piene di pesce, poste sulla battigia; c’era chi le lavava a secchiate d’acqua, chi le contava e segnava su logori taccuini.

Nasceva un nuovo sole quando Vincenzo lo chiamò, porgendogli una piccola cassetta colma di pesce buono; c’era persino un luccio: “Prendi, è la tua parte… ora vai a casa, io sistemo i mistèri e poi arrivo”. Col suo tesoro in spalla, corse verso il borgo, dove lo attendeva la madre Peppina, che appena lo vide esclamò: “Quanti pesci! Ohi beniceddu ira mamma, ti è piaciuto?”. Lui rispose deciso: “Sì, è bello andare a mmare”. E la donna: “Ci vai domani?”. Leonardo disse soltanto: “No,  ho troppo sonno…”. Sentiva che gli occhi si chiudevano da soli.

Assunta Scorpiniti, 2009